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Da Palmira a San Salvario: il dramma della Siria raccontato da un rifugiato a Torino

Hassan Khorzom

 

Hassan Khorzom, interprete dell’imam della Moschea di via Saluzzo, racconta il suo paese e dell’amicizia con Khaled al Asaad, l’archeologo barbaramente ucciso dal’Isis.

“Anche oggi Damasco sta vivendo un brutto momento, bombe e missili che continuano a colpire tutti gli angoli della città. Per fortuna ogni tanto riesco a parlare con mia figlia, mia madre e mia sorella. Spero tutto questo finisca il più presto, siamo tutti troppo stanchi e non ce la facciamo più a sopportare altro”. Chi ci scrive è Hassan Khorzom, un profugo siriano che oggi vive a Torino che ha raggiunto grazie anche all’aiuto di una coppia di cittadini di San Salvario. Hassan ha vissuto in Italia fino ai diciotto anni prima di far ritorno in patria. In Siria era guida turistica e interprete, aveva accompagnato Giorgio Napolitano quando da Presidente delle Repubblica si recò in visita a Damasco. Il suo lavoro lo portava spesso a Palmira: del sito archeologico conosce tutto e conosceva tutti, dai custodi agli studiosi, tra i quali anche Khaled al Asaad, assassinato dal’Isis nelle scorse settimane. A Hassan abbiamo chiesto di raccontarci Khaled al Asaad.

“Ho passato 25 anni ad accompagnare migliaia di turisti italiani tra le bellezze della Siria. È stato proprio il mio mestiere a permettermi di conoscere il grande professore, archeologo ma soprattutto carissimo amico Khaled Asa’d”. Così inizia il suo racconto, così veniamo subito proiettati lontano nel tempo e nello spazio: “Non dimenticherò mai il mio primo incontro con Khaled. Era l’inverno del 1986. Stavo mostrando a un piccolo gruppo di turisti italiani i tesori conservati nel piccolo museo di Palmira. Alla fine della mia visita un custode che già mi conosceva mi disse che il direttore del museo mi stava seguendo da lontano, cercando di comprendere il mio discorso in lingua italiana. Ecco che andai allora a presentarmi, spiegandogli che quello era per me solamente il secondo gruppo e che non conoscevo ancora bene il mestiere di guida”. Subito Khaled mostrò la sua passione fuori dal normale: “Contento di come il gruppo mi seguiva entusiasta, mi propose di aiutarmi durante la visita del tempio di Baal, il tempio principale a Palmira. Ho imparato moltissimo da lui durante quella visita e le sue parole sono diventate una sorta di mantra che ho ripetuto a tutti i gruppi accompagnati negli anni successivi”.

POTEVA SENTIRE LE PIETRE RACCONTARE LA STORIA – “Siete qui per conoscere la storia di Palmira o per vivere la storia?”, fu la prima cosa che chiese al gruppo non appena entrati nel tempio. Spiegò quindi che la storia può anche essere studiata seduti comodamente a casa propria, magari scorrendo le foto del sito, ma quando ci si trova sul posto la si deve vivere, è necessario sentire quello che le pietre hanno da dire”. Quel luogo non era solo il suo motivo di vita, ma anche la sua casa: “Non parlò molto della storia del sito, ma ci mostrò dove lui nacque, in quell’angolo del tempio, e come suo padre nascondesse i ceci secchi dietro quella pietra, ceci che andava di nascosto a rubare per bollirli e mangiarli con gli amici”. Il suo modo di approcciarsi ai resti era tutto fuorché comune: “Quando spiegava la storia di un bassorilievo parlava quasi sottovoce: non voleva disturbare le sculture, eravamo noi a dover ascoltare le storie che loro ci raccontavano. Ogni qualvolta finiva una sua spiegazione su una pietra particolare, prendeva la mano di un turista e la appoggiava sopra essa con delicatezza, chiedendo: ‘Senti una vibrazione che attraversa la tua mano? Senti una leggera scossa elettrica che tocca il tuo cuore?’. Se la risposta del turista era negativa, allora Khaled scuoteva la testa dispiaciuto, dicendo che non aveva capito nulla del tempio”.

KHALED ERA UN VERO PALMIRENO – “Il suo amore non era solo una parola oppure un semplice sentimento. L’ho capito giorni fa, quando ho sentito la terribile notizia della sua morte: subito ho mandato un messaggio ad amico che vive tutt’ora a Palmira per capire cosa fosse successo. Lui mi ha spiegato che prima dell’ingresso dei terroristi dell’Isis nella città, tutti i parenti e gli amici di Khaled cercavano di convincerlo a fuggire, ma lui rifiutava e continuava a dire che un uomo non può vivere senza anima e Palmira per lui era la sua anima. L’anno scorso, però, Khaled sapeva che il pericolo era vicino: ecco perché svuotò gran parte degli oggetti esposti nel museo nascondendoli nei sotterranei, per poi saldare la porta di ferro e murarla completamente. Quando, un mese fa, quelli dell’Isis catturarono Khaled, probabilmente cercarono di capire dove avesse nascosto i tesori con tutti gli oggetti d’oro, forse avrebbero fatto saltare in aria la porta dei sotterranei del museo ma, non trovando quel che cercavano, decisero di ucciderlo brutalmente. Preferì morire a Palmira, vicino al tempio di Baal, ove visse la sua infanzia, preferì che il suo sangue si mescolasse con i bassorilievi che amava proteggendoli per più di cinquant’anni. Oltre alla perdita di Khaled ho sentito un paio di giorni fa che l’isis ha distrutto completamente il monastero di Sant’Elia, uno splendido monastero cristiano risalente al sesto secolo DC. Tutto questo ovviamente mi fa piangere il cuore, ma la perdita maggiore sono i bambini, i venditori ambulanti, tutti i miei amici di Palmira che quando mi vedevano arrivare con un gruppo di turisti salutavano con un bellissimo sorriso, chi ci offriva un po’ di datteri freschi, chi prendeva per mano i più anziani del gruppo per aiutarli a scendere dal pullman o per passare tra le pietre sparse sulla sabbia, quella sabbia che ricopre il sangue di milioni di persone che come Khaled sono morte nell’estremo tentativo di difendere la propria anima”.

CHI E’ HASSAN KHORZOM – Vissuto in Italia fino ai diciotto anni, Hassan ha abitato a Bologna e a Lecco dove il padre esercitava, dopo la laurea in Italia, la professione di medico. E’ stato guida turistica, interprete e traduttore di libri. Vive a Torino, dove è stato raggiunto da quasi tutta la famiglia, con lo status di profugo. Frequenta la moschea di San Salvario svolgendo il ruolo di interprete per l’imam. Oltre al lavoro di interprete per conferenze e dibattiti recentemente ha tradotto per il nuovo Museo Egizio i pannelli informativi in arabo. (di Giulia Ricci e Augusto Montaruli)

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Sezione: News

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