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La ripresa economica deve ripartire dal lavoro

L’Italia sta attraversando un momento delicato della sua storia, stretta tra il disastro finanziario che sta mettendo in ginocchio l’intera Europa (e in particolare la Grecia) e le promesse governative di rinnovamento. Dopo la sbornia berlusconiana durata  17 anni, il governo Monti si è affacciato sul nostro paese, come un Deus ex Machina, lanciando le due parole d’ordine di rigore e ripresa economica. Non c’è dubbio che questo governo sia espressione di una elìte finanziaria ed economica che crede nelle magiche virtù del capitalismo – finanziario e non – nonostante sia sotto gli occhi di tutti che questo tipo di economia e finanza stia causando notevoli disuguaglianze in vari paesi. L’attuale modello di sviluppo basato sul consumo e sullo strapotere della finanza è palesemente in crisi, eppure i nostri governanti non sembrano accorgersene, e remano dritto con le stesse ricette neoliberiste che hanno causato crisi sociali ed economiche nelle più grandi potenze mondiali.

A farne le spese è in particolare  il lavoro. La situazione  dell’occupazione italiana è da tempo molto critica:  lavori precari, disoccupazione giovanile galoppante (con punte del 45-50% per le donne del Meridione), nessuna politica di integrazione intelligente tra formazione scolastica/universitaria e mondo del lavoro, grave assenza di una politica industriale, che guardi alla riconversione ecologica come possibile leva per nuovi e più sostenibili lavori.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito alla perdita di un baluardo delle lotte sociali che vengono dagli anni ’70: il diritto/dovere a rappresentare ed essere rappresentati sui luoghi di lavoro. Gli accordi tra il governo, la Fiat e le parti sociali (con l’esclusione della Fiom) stanno preparando il campo alla sparizione della rappresentanza sindacale che non vuole assoggettarsi ai diktat dei vari Marchionne & co; la deroga rispetto ai contratti nazionali a favore dei contratti stipulati azienda per azienda è un grave attacco all’uguaglianza sui posti di lavoro e al sacrosanto diritto di poter dissentire senza perdere la possibilità di contrattare, di concertare, di scioperare.

In questi giorni  è in corso il tavolo governativo con le parti sociali, per ridefinire i termini dei contratti e arrivare ad un possibile contratto unico del precariato. E si è alzato il polverone anche sull’art.18, del quale si è ricominciato a parlare a sproposito, indicandolo come causa dell’assenza di investimento di capitale straniero sul nostro suolo.

Sinistra Ecologia e Libertà ritiene grave questa situazione e auspica che il tavolo governativo tenga conto della pericolosa situazione in cui versano i giovani e dell’urgenza di un ampliamento degli ammortizzatori sociali che vengano incontro ai lavoratori precari in periodi di disoccupazione, anche e soprattutto in termini di condizioni lavorative delle donne, condizioni tra le più inique in Europa. In secondo luogo auspica che r venga messa in atto una strategia che finalmente sblocchi il sistema lavorativo e produttivo del nostro paese, considerando l’ecologia, i servizi, la formazione, i beni appartenenti alle comunità di cittadini come il vero strumento per un rilancio del nostro paese.

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Sezione: Sinistra Ecologia e Libertà

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