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L’architetto: “La bellezza di un luogo aumenta il senso di appartenenza della comunità”

Quarta intervista ad un professionista che vive e opera nel quartiere. Dopo Giorgio
Rosental, Francesca Grilli e Cristina Coscia proponiamo le nostre domande a Carlo
Alberto Rigoletto.

L'architetto Alberto Rigoletto

L’architetto Rigoletto vive e lavora in San Salvario, titolare e co-fondatore dello studio AD-A insieme agli architetti Maurizio Demichelis e Gian Luca Franco e si occupano di architettura in tutte le sue sfaccettature. Non solo architettura, tra le ultime attività ed esperienze ha scelto all’inizio del 2013 di realizzare la prima vera e propria “Comunità di Coworking” presente sul territorio cittadino sviluppando questo progetto insieme a “Progetto Marconi” ed a Renato Dotto, titolare della Erredi srl. Da questa esperienza è nata “To Work aps”, associazione di Promozione Sociale con sede in via Belfiore 55 che in meno di 10 mesi ha visto la co-presenza di altre 30 realtà tra Professionisti e Società in costante e continuo aumento. www.coworkingtorino.org genera sul territorio di San Salvario progetti e attività che portano valore in termini economici e sociali a tutto il quartiere.

Architetto, con quali criteri, secondo lei, si dovrebbero progettare in un quartiere come San Salvario le pedonalizzazioni? Aggiungiamo che alcuni vorrebbero corso
Marconi pedonalizzato, ma c’è discussione, oltre che sull’ormai famoso parcheggio sotterraneo, su cosa pedonalizzare: il centro del viale o i controviali. Altri invece vorrebbero pedonalizzare le vie nel cuore del quartiere. Naturalmente non manca chi non vuole sentirne parlare e chiede più posti per le auto.
Ritengo che la scelta debba prima essere “condivisa” con chi il quartiere lo abita, con i cittadini. Mi rendo conto che ci sarà chi dice bianco e chi nero ma partendo da una prima “scrematura” si potrà giungere
quasi “naturalmente” ad un pensiero trasversale che non solo piacerà alla maggioranza dei cittadini che abitano il quartiere, ma li farà sentire partecipi della comunità e sicuramente  – ne sono certo – il progetto di pedonalizzazione risulterà giusto, equilibrato, corretto. A seguire proporrei un “concorso d’idee” tra professionisti che rispetti le linee guida scaturite dalla ricerca suddetta.

Torino è una delle città che per prima ha realizzato piste ciclabili, nelle aree verdi
e lungo le sponde del Po. Come si pensano le piste ciclabili in un contesto urbano denso di popolazione e di autovetture, ma che sta vedendo un grande utilizzo del mezzo a due ruote?
Ben vengano le piste ciclabili e meglio farle, piuttosto del contrario, meraviglioso il progetto del bike-sharing, ma tutti questi interventi dovrebbero rientrare in un progetto di viabilità urbana più ampio che dia la possibilità concreta dell’utilizzo del mezzo a due ruote in sicurezza. Si dovrebbe finalmente “chiudere” l’anello ciclabile della Corona Urbana e si dovrebbero creare siti dove poter ricoverare in sicurezza le biciclette affiancati da parcheggi dove poter lasciare l’auto (ad esempio dei pendolari) e “saltare in sella” alle due ruote

E lì, inutilizzato, Torino Esposizioni a ricordare una Torino che non c’è più. Si è
parlato di un utilizzo temporaneo come sede provvisoria della biblioteca civica, ma i costi non lo consentirebbero. Come si potrebbe rigenerare la struttura rendendola compatibile con le caratteristiche del parco e del quartiere che la ospita?
Vivo e lavoro a pochi metri dalla struttura e non trascorro giorno in cui la osservo con sensazione di malinconia mista a rabbia. Ci sono tantissime idee e attività che potrebbero convivere e utilizzare la struttura. Bene la biblioteca civica, affiancata da una struttura ricettiva
affacciata sul parco e sul fiume magari “legata” alla navigazione sul Po e al Bus “City Sightseeing”, una residenza gestita con servizi per gli over 60 (che avrebbero il tempo di utilizzare i servizi presenti), una piccola residenza studentesca legata alle vicine facoltà universitarie. Tutte attività che potrebbero coesistere e far rinascere Torino Esposizioni. Credo che il “coraggio” dell’amministrazione debba essere quello di chiedere ai privati di presentare progetti che recuperino la struttura integrando attività profit ad altre no-profit a servizio della comunità. Affidando la gestione del compendio immobiliare a chi presenterà il progetto migliore in termini di sostenibilità ambientale – recupero energetico – insediamento di attività vicine ai
cittadini, al parco e al fiume porterebbe attrattiva ed interesse per il quartiere e – di conseguenza – per la città.

La cosiddetta movida o malamovida, sta creando non pochi problemi, prima fra tutti un’insofferenza agli eccessi del fenomeno (risse, schiamazzi, occupazione di
spazi e altro ancora) che pregiudicherebbe la sostenibilità e vivibilità.
Torino deve decidere: restare un’ex città manifatturiera (e di conseguenza morire) o provare a rigenerarsi grazie alle sue attrattive turistiche? La mia opinione so che scatenerà i detrattori ma “dico sì alla Movida”. Fa parte delle attrattive. Bisogna però regolamentare il fenomeno con regole e gestioni urbane chiare e definite ed educare chi la “movida” la vive punendo chi non rispetta le regole e premiando i virtuosi.

Architetto, cosa pensa della bellezza. Proviamo a spiegare, pensa che un luogo bello da vedere possa essere “rispettato” e aiuti una convivenza più civile? Ne sono
certo. E’ stato scientificamente provato che un luogo bello, curato, pulito, rende le persone che lo vivono più attente, più curate più pulite, più belle.  Aumenta il senso di appartenenza al territorio, alla comunità. Le persone sono orgogliose di farne parte e – quasi inconsciamente – arrivano a proteggere e curare la bellezza in cui vivono.

Se vuole, può chiudere il nostro incontro con un suo suggerimento alla politica o
a chi desidera.
Vorrei che tutti i “colleghi” s’impegnassero a progettare da “buon padre di famiglia”. Mi spiego: vorrei che tutti  – prima di presentare un progetto – si ponessero la domanda…. “Come influenzerò il territorio, la comunità, con questo mio intervento?” Con questo pensiero potremmo evitare di veder sorgere “architettura” mirata alla sola speculazione, slegata dal contesto e che risponde solo alle esigenze “di cassa” di chi ha incaricato il professionista.

Chiudiamo noi l’intervista dicendovi che il nostro ospite ha collaborato con l’architetto Luciano Pia alla realizzazione della famosa “casa albero” di via Chiabrera dove, grazie al geotermico e a proposito di sostenibilità e di “influenzare il territorio”, per riscaldare un appartamento di 100 metri quadri si spendono solo 500 euro l’anno. Un caso concreto dove la riduzione dei costi si sposa con la sostenibilità ambientale. (di Augusto Montaruli)

 

 

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Sezione: Viabilità e Arredo urbano

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