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“La vivibilità di un quartiere è anche frutto di quanto il cittadino si riconosce in esso”

Continuano le nostre discussioni con alcuni architetti che vivono e/o lavorano in San Salvario. In questa quinta e penultima intervista incontriamo Daniela Fabbris, una professionista specializzata nel restauro e nella riqualificazione di edifici monumentali.

L’architetto Fabbris ha il suo ufficio in via Ormea. Ha partecipato a varie commissioni di studio e collaborato a numerose pubblicazioni; ha inoltre svolto attività di coordinamento per manifestazioni connesse al XXIII Congresso Mondiale degli Architetti Torino 2008. Ha eseguito le prime proiezioni luminose sulla Mole Antonelliana in occasione dei XX Olympic Winter Games di Torino 2006, ideato la prima Guida dei Mestieri Artigiani nell’Architettura (www.progettogmaa.it) e il Progetto per la realizzazione di Protec (www.protec-italia.it) primo salone sulla prevenzione e mitigazione del rischio ambientale, di cui è coordinatore del tavolo tecnico dal 2009. Nel 2012 ha creato il primo servizio italiano di facility management, sia per il settore business che per il settore casa (www.treverde.it).

Architetto, con quali criteri, secondo lei, si dovrebbero progettare in un quartiere come San Salvario le pedonalizzazioni? Aggiungiamo che alcuni vorrebbero corso Marconi pedonalizzato, ma c’è discussione, oltre che sull’ormai famoso parcheggio sotterraneo, su cosa pedonalizzare: il centro del viale o i controviali. Altri invece vorrebbero pedonalizzare le vie nel cuore del quartiere. Naturalmente non mancano le resistenze di chi non vuole sentirne parlare e chiede più posti per le auto. Torino è riuscita negli ultimi decenni a pedonalizzare con grande intelligenza zone della città che sembrava fosse impossibile restituire al traffico pedonale. Anche nel caso di corso Marconi e di San Salvario la pedonalizzazione sarebbe certo auspicabile, tenendo conto che il traffico veicolare, ovviamente, non potrà venire totalmente annullato. Per dare un giudizio – puramente estetico e non supportato da dati tecnici – mi sentirei di dire che corso Marconi potrebbe mantenere la parte centrale dedicata al traffico veicolare, mentre i controviali potrebbero essere pedonalizzati e dotati di piste ciclabili, mentre i parcheggi dovrebbero certamente essere interrati.

Torino è una delle città che per prima ha realizzato piste ciclabili, nelle aree verdi e lungo le sponde del Po. Come si pensano le piste ciclabili in un contesto urbano denso di popolazione e di autovetture, ma che sta vedendo un grande utilizzo del mezzo a due ruote? Ho seguito fin
dall’inizio il nascere delle piste ciclabili a Torino fin dai tempi del Sindaco Diego Novelli e, nel nostro paese, siamo sicuramente stati dei precursori. Inoltre, negli ultimi anni, il nascere dei numerosi punti bike sharing in città, hanno incentivato il cittadino all’uso della bicicletta. In un contesto urbano come il nostro, in cui le piste ciclabili rappresentano un’integrazione di flussi veicolari per lo più esistenti, la progettazione è obbligata a raggiungere compromessi che spesso creano alcuni disagi sia ai ciclisti che agli automobilisti. Tuttavia ritengo che  sia necessario intervenire anche sull’educazione sia dei ciclisti che degli automobilisti per bypassare alcuni ostacoli che, difficilmente, sono ovviabili sulla carta, in un tessuto consolidato. Tutto è più facile quando la progettazione della viabilità di un quartiere ex-novo, avviene in modo coordinato.

E lì, inutilizzato, Torino Esposizioni a ricordare una Torino che non c’è più. Si è parlato di un utilizzo temporaneo come sede provvisoria della biblioteca civica, ma i costi non lo consentirebbero. Come si potrebbe rigenerare la struttura rendendola compatibile con le caratteristiche del parco e del quartiere che la ospita? Per noi architetti è sempre un grande dispiacere vedere Architetture di esimi colleghi alla ricerca di una destinazione d’uso. Purtroppo i grandi contenitori simbolo
di eventi straordinari, sono le principali vittime di questo fenomeno; grandi superfici, difficili da “riempire”, da manutenere, da riscaldare, da illuminare, da “mettere a norma”. Sarebbe certamente una meravigliosa biblioteca (non sono certo le idee a mancare)  ma – in questo momento di grave instabilità economica – chi potrebbe mai trovare i soldi per intervenire?

La cosiddetta movida o malamovida, sta creando non pochi problemi, prima fra tutti un’insofferenza agli eccessi del fenomeno (risse, schiamazzi, occupazione di spazi e altro ancora) che pregiudicherebbe la sostenibilità e vivibilità. Solo una quindicina di anni fa nessuno avrebbe scommesso sul rilancio di San Salvario e una parte importante del suo rilancio è dovuto al nascere di numerosi e variegati
locali. E’ abbastanza normale che, laddove si concentrano persone che frequentano locali in cui si mangia ma, soprattutto, si beve, si manifestino delle situazioni alterate. La sostenibilità e la vivibilità di un quartiere però
è anche determinato da quanto il cittadino si riconosce nei luoghi in cui vive;  e San Salvario è un quartiere multietnico quindi con percezioni differenti di “pulito-sporco”, “quiete-rumore”, “ordine-disordine”, ecc…In questi casi ritengo fondamentale il ruolo della Circoscrizione – che già svolge – promuovendo eventi partecipati che aiutino
alla reciproca conoscenza e rispetto.

Architetto, cosa pensa della bellezza. Proviamo a spiegare, pensa che un luogo bello da vedere possa essere “rispettato” e aiuti una convivenza più civile? La bellezza è un concetto filosofico ed è difficile spiegarne la profondità in una frase. Farò quindi un esempio semplice per introdurre alcuni temi molto più complessi. Vi ricordate Torino prima e dopo le Olimpiadi Invernali del 2006? Quanto è cambiata Torino per l’evento del 2006? Io direi enormemente; e non certo perché è stata “ripulita” con opere di manutenzione straordinaria. La bellezza di Torino è stata il frutto di un progetto condiviso – da tutti – con grande passione e grande partecipazione (passion lives here). Mi piace quindi pensare che le idee e i progetti, se ben guidati a livello politico, possano creare “bellezza”. E se, estremizzando, bellezza è partecipazione, va da se che in una bella Torino si vive meglio e i torinesi riverberano all’esterno una miglior percezione della città. E i risultati a livello di risposta turistica, in questi ultimi anni sono stati palesi.

Se vuole, può chiudere il nostro incontro con un suo suggerimento alla politica o a chi desidera. Approfitto per riallacciarmi al concetto di bellezza appena espresso: io credo che l’Italia tutta, in questo momento, abbia bisogno – e si meriti – un progetto nazionale che ci permetta di sognare, credere ed essere orgogliosi di essere italiani. E che i politici imparino a guardare questo paese come un crogiuolo di grandi potenzialità e non come un “carrozzone impazzito” dal quale conviene svenderne il contenuto.

Il prossimo incontro concluderà questo nostro tour tra gli architetti del quartiere, riassumeremo e parleremo di futuro e di bellezza, di grandi potenzialità come giustamente suggerisce e auspica Daniela Fabbris.

(Intervista eseguita da Augusto Montaruli)

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Sezione: Viabilità e Arredo urbano

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