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La recensione mensile de L’Indice: Martino Gozzi “Mille volte mi ha portato sulle spalle”

Francesco Morgando

Continuiamo a pescare nel nuovo numero della rivista dedicata ai libri, la cui sede, lo ricordiamo, è in San Salvario. Dopo la “ Donna” di Pandiani, è ora di interrogarsi sulla scrittura.

Il razionale di questa rubrica, almeno per noi di OttoInforma, è mettere in luce pubblicazioni letterarie che abbiano un qualche legame con il territorio. Lo scorso mese, infatti, abbiamo iniziato con Enrico Pandiani e la sua “Donna di troppo” che frequentava i luoghi della Circoscrizione. Questa volta il razionale è un giovane giornalista, nella veste di critico letterario de L’Indice, che frequenta la sala consiglio e che scrive sulle pagine dedicate ai quartieri de La Stampa. Si tratta di Francesco Morgando, giovane che ogni madre di buon senso vorrebbe per propria figlia. Di buone maniere e garbato, aspetto da giovane intellettuale con regolamentari occhiali rotondi ma, con quel tanto d’intelligente e pungente ironia che non guasta mai. Pubblicare una sua recensione in fondo è un po’ ricompensarlo per le spesso noiose sedute consiliari cui è costretto ad assistere.

Ritratto dell’artista da giovane di Francesco Morgando

Martino Gozzi, MILLE VOLTE MI HA PORTATO SULLE SPALLE, pp. 160, € 14, Feltrinelli, Milano 2013

La storia d’amore tra Hannah Arendt e Martin Heidegger ha tutte le carte in regola per diventare un grande successo pop: l’attrazione fatale tra il grande professore e la promettente studentessa, una passione tutta consumata all’Università di Marburgo. Poi l’avvento di Hitler al potere; quindi la scelta di Heidegger di aderire al nazismo e diventare rettore a Friburgo, intanto la fuga di Arendt, ebrea, che scappa insieme alla madre negli Stati Uniti. Un amore impossibile, destinato a non spegnersi con la fine della guerra. Ma perché Hannah Arendt, di ritorno in Europa, scrive di nuovo al suo vecchio amante? Come può il sentimento, dopo scelte così diverse, rimanere ancora intatto?

Domande, queste, che continuano ad arrovellare Ernesto Lizza, sceneggiatore di soap opera, e che impediscono la stesura finale del film sui due filosofi: la sua grande occasione, tanto attesa, di scrivere per il grande schermo. Una storia che funziona, ma che entra in crisi nel momento in cui la vita di Ernesto si incrina, con la morte, insieme attesa e improvvisa, del padre Ferruccio. Per ricucire presente e passato, ha bisogno di capire il motivo per cui Ferruccio e suo nonno Ettore non si parlano più. Con il suo stile asciutto e preciso, Martino Gozzi crea un fitto gioco di specchi tra le due storie. Da una parte il carteggio tra Arendt e Heidegger, dall’altra un viaggio fino in Europa orientale, per cercare di riappropriarsi della memoria di Ferruccio, e diventare così custode dei suoi ricordi. Hanno quasi la stessa meta, le due ricerche. Per capire i sentimenti di Hannah Harendt, Ernesto deve conoscere il suo padre più segreto, capire da dove viene. Entrambe le storie affondano le loro radici (e il loro dolore) nella seconda guerra mondiale, proprio nel punto in cui le scelte politiche influenzano e stravolgono i sentimenti. Ma ogni personaggio, ogni aspetto della trama è, prima di tutto, l’espressione di una mancanza: ogni capitolo è la radiografia di un’assenza. L’incontro di Ernesto con i personaggi del libro sfocia in epifanie smorzate perché impossibili, volutamente sotto tono.

Ernesto Lizza e Martino Gozzi sono coetanei e hanno biografie molto simili, quasi speculari. Una somiglianza che crea una linea di confine tra riflessione dell’autore e del personaggio sottilissima, spesso invisibile. Su questa ambiguità si costruisce una piccola matrioska letteraria. Mille volte mi ha portato sulle spalle è un continuo interrogarsi sulla scrittura. Sia implicita che esplicita. Intanto, perché ogni romanzo è, in quanto tale, una riflessione sul come raccontare. E Gozzi è capace di tenere tutto sotto controllo: ogni frase è nitida, sempre ben inserita nell’architettura testuale. Ma insieme c’è la travagliata sceneggiatura di Ernesto, con i suoi cambi di prospettiva e il tentativo di immedesimazione. Ad aggiungersi, poi, ci sono aspirazioni e velleità del protagonista, con il suo voler diventare uno scrittore. Gozzi abbozza una sorta di ritratto dell’artista da giovane, che comincia con gli anni dell’università e con il primo incontro con la morte: una giovanile venerazione per i racconti di Hemingway, soprattutto quelli con Nick Adams. Anche lui eroe speculare, e continuo modello e strumento per porsi delle domande.

Pubblicato grazie alla cortese concessione de L’Indice dei libri del mese (http://lindiceonline.com)

Recensione apparsa sul numero di Novembre 2013

 

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Sezione: Cultura, scuola e sport

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