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L’Indice e la recensione del mese: la vicenda letteraria di John Williams

Questo mese dalle pagine de L’Indice dei libri del mese proponiamo una recensione su uno scrittore americano recentemente riscoperto, John Williams. Noi abbiamo letto tre dei suoi quattro romanzi e li consigliamo tutti. Ai nostri lettori giovani dedichiamo Butcher’s Crossing, un romanzo che la critica ha paragonato al Moby Dick di Melville. Buona lettura.

Da L’Indice dei libri del mese L’epica del west cruento (Mercoledì, 30 Ottobre 2013)

Come è stato costruito il caso letterario John Williams di Caterina Ricciardi

La vicenda letteraria del texano John E. Williams (1922-1994) è singolare. Personaggio sfuggente, ombra vacillante nel panorama letterario del secondo Novecento, Williams è autore di quattro romanzi, di cui tre di immediato successo al loro apparire fra il 1960 e il 1972, per precipitare quasi contestualmente nel sottobosco del mainstream. Eppure, lo scrittore continua a tornare alla ribalta con il ridestato stupore di periodiche “riscoperte”. Mai collocato in una tradizione, Williams resta fuori dal canone, nonostante revisionismi culturali di grande portata letteraria e multimediale, ai quali si presta, per esempio, Butcher’s Crossing, il western oggi in libreria (ed. orig. 1960, trad. dall’inglese di Stefano Tummolini, pp. 359, € 17,50, Fazi, Roma 2013). Il romanzo, infatti, anticipa fenomeni come Piccolo grande uomo (1970), Soldato Blu (1970), Balla coi lupi (1990), con i quali, per contrasto, va ricordato L’ultima caccia (1956), un film dissacrante, e buon testimone, nel caso specifico, della storia ingloriosa dell’estinzione dei bisonti nelle praterie americane. Inutile ricordare, inoltre, ai fini del revisionismo del western, il fenomeno post-post Cormac McCarthy.

Esperto di Rinascimento inglese, Williams ha lasciato pochi studi scientifici, aspirando, forse, ad affidare la sua fama all’esile corpus narrativo da cui, con Butcher’s Crossing, emergono il campus novel Stoner (ed. orig. 1965, trad. dall’inglese di Stefano Tummolini, postfaz. di Peter Cameron, Fazi, 2012), e lo storico Augustus (ed. orig. 1972, trad. dall’inglese di Bruno Oddera e Antonella Lattanzi, Castelvecchi, 2010) che nel 1973 gli valse un National Book Award, condiviso con John Barth. Sembra che avesse antenne appuntite, perché i tre filoni da lui frequentati avrebbero avuto sviluppi: il terzo (la Roma classica), sostenuto da una tradizione “alta” consolidata nel Novecento da Robert Graves, ha prodotto negli ultimi tempi una diffusa letteratura di consumo metodologicamente nuova. Il lascito di Williams mostra dunque una curiosa varietà di proposte, che induce a pensare all’autore come a un letterato colto, diviso fra le sue umili origini texane e gli interessi accademici, molto simili a quelli del suo Stoner, uno studioso dedito all’influsso dei classici latini sulla tradizione anglosassone, buon insegnante, innamorato della poesia e di vecchi libri, ma parco saggista. In Butcher’s Crossing siamo nel Kansas, all’epoca post guerra civile dell’espansionismo a Ovest, con il fluire lungo la linea della frontiera degli sconfitti del Sud, i piccoli farmers di nuova immigrazione, gli avventurieri, e i Robber Barons: i primi monopolisti del territorio, investitori e speculatori soprattutto nel campo dello sviluppo delle ferrovie. Alle spalle, a Est, c’è la nobile cultura trascendentalista, da cui Williams attinge per le due epigrafi: Emerson, con il suo appello alla sovranità della natura (“Qui albergano la santità che oscura le nostre religioni, e la realtà che oscura i nostri eroi”), e Melville, che il mondo del Mississippi lo descrive con toni interrogatori (“Ma chi ha ucciso di freddo il mio carrettiere nella prateria? E chi ha condotto alla follia Peter il Selvaggio?”), e da dove proviene il protagonista, Will Andrews, figlio di un ministro della Chiesa Unitaria, in cerca proprio della “santità” del paese vergine e, addirittura, di “un’identità precisa” (da vero americano). Egli cade, invece, preda di un sogno fallace, trasformandosi in un cieco inseguitore di fortune. A Butcher’s Crossing, stazione di passaggio per i cacciatori (e macellai) di bisonti, nel 1873 la fortuna gli si presenta sotto le forme dell’imponente animale sacro per gli indiani: sacro perché fonte di vita. A lui, e alle tumultuose comparse annuali di mandrie di quattromila capi impellicciati, i nativi affidano la loro sopravvivenza. Ma lì, oltre la prateria, fra le Montagne Rocciose del Colorado, dove i bisonti si ritirano, è “terra del diavolo”, dice uno dei personaggi, non “un posto per uomini”. Descrizioni di straordinaria intensità paesaggistica, esperti tecnicismi venatori e rituali (Williams si sarà servito di materiali all’Università di Denver? O gli è stata sufficiente la lettura di Alce Nero parla?), psicologismi non stereotipati, un intreccio ritmicamente calibrato, e una nemesi finale a sorpresa, danno corpo a un’epopea di non-eroi che si lascia dietro, con le spoglie, le premesse insanguinate della costruzione del mito dell’Ovest e della “frontiera”. Al bisonte non resta che l’incisione della sua silhouette sul nichelino da cinque centesimi, anch’esso scomparso. Ben diverso è il contesto di Stoner, nella cui storia sembra segnarsi il difficile passaggio di una generazione di ceto inferiore alla nobiltà dell’accademia americana. Le sei colonne neoclassiche, superstiti da un incendio ottocentesco, che ancora oggi dominano il campus di Columbia, Missouri, si offrono agli occhi stupiti della spaesata matricola (“bruna e inerte come la terra da cui proveniva”) a simbolo delle altezze vertiginose cui egli vorrebbe ambire. Esse rappresentano “la vita che aveva scelto” (ma che per nascita non gli appartiene), “proprio come un tempio rappresenta dio”. Stoner fallirà nelle sue aspirazioni di carriera e di studioso, frenate da colleghi spocchiosi e competitivi. Non sarà diverso il destino della sua avventura matrimoniale con la terribile Edith, figlia di un banchiere di St. Louis, una mantide sessualmente repressa, capace di sottrargli anche l’affetto della figlia. A quarantadue anni William Stoner “non vedeva nulla di emozionante nel proprio futuro. Del suo passato, poco gli interessava ricordare”. Ma quel che risulta più singolare è che la sua esistenza sia resa ancora più smorta dal doppio contesto in cui egli si trova ad agire: il polveroso mondo accademico dell’Università del Missouri dal 1910 al 1956 (dove anche Williams insegnò, prima di spostarsi a Denver) e l’infelice nucleo familiare che egli crea lasciandosi alle spalle le radici del pionierismo contadino più aspro (Boonesville, l’avamposto in cui è nato, fa pensare al mitico esploratore Daniel Boone). Nel suo caso, le due sfere, quella accademica e quella domestica, si specchiano in un’unica ingrata e mostruosa entità bifronte. A parte le due guerre mondiali, cui non partecipa, e qualche interferenza della Depressione, il mondo esterno non lo incontra mai.

 

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Sezione: News

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